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scritto da Amministratore   06/05/2011

La Saccisica

 

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Del Piovese, o meglio della Saccisica, fanno parte i comuni di Piove di Sacco, Arzegrande, Bovolenta, Brugine, Codevigo, Correzzola, Legnaro, Polverara, Pontelongo e S. Angelo, che si estendono su una superficie di 253 Kmq, nei quali risiedono circa 54.000 abitanti.

L'area occupa la parte Sud-Orientale della provincia di Padova; è attraversata dal Fiumicello, dalla fossa Schilla, dal Bacchiglione, dalla Paltana e dalla Barbegara, dal fiume Brenta e dal Taglio Nuovissimo al di là del quale si aprono le valli e le lagune.

L'attività tradizionale della popolazione è stata per secoli l'agricoltura, ma negli ultimi decenni sono sorte numerose imprese artigianali, commerciali, piccolo-industriali che hanno modificato oltre all'economia anche l'aspetto geografico del territorio. Il raggiungimento del benessere o di un maggior livello nella qualità della vita è spesso equivalso al rifiuto di un passato identificato con epoche di sacrifici e di miserie.

Scopo di questo lavoro è invece cercare di contribuire, attraverso brevi cenni scritti, alla riscoperta di alcuni aspetti di storia e di civiltà della Saccisica perché la conoscenza della propria cultura e delle proprie origini matura un atteggiamento di rispetto verso il passato e aiuta a scelte culturalmente coerenti per il futuro.

Questo territorio ha infatti una sua storia ricchissima di eventi che si snodano dall'età Veneta fino alla nostra epoca e si possono riconoscere attraverso una serie di elementi, che, come un'ossatura portante, sono rimasti un po' ovunque.

I più evidenti sono senz'altro gli edifici, le architetture civili, religiose, rurali, signorili e monastiche che punteggiano in diversa misura e per epoche alterne tutti i comuni, ma accanto a questi segni ne esistono altri: il reticolo di strade principali e secondarie, di fiumi, canali, fossi, scoli, sorti in momenti successivi e politicamente differenti.

Alcuni elementi del paesaggio predominanti in passato sono ora del tutto scomparsi ed è allora la toponomastica (nomi di luoghi, paesi. vie, etc?) che aiuta a tessere di nuovo la trama degli avvenimenti storici e naturali che in questa terra si sono succeduti fino a darle il volto di oggi. Infatti l'aspetto attuale del territorio è tale solo da pochi decenni. Ovunque adesso fuori dai centri abitati e dalle aree industrializzate si stendono floride campagne coltivate a granoturco, frumento, barbabietole, vigne, divise in proprietà di varia estensione segnate da rive, scoli, filari alberati.

Questa prosperità ha radici lontane; già i Veneti, come scrive Tito Livio, prima del dominio romano avevano avviato un'economia di tipo agricolo-pastorale con prevalenza di colture cerealicole e si erano dedicati all'allevamento di greggi e cavalli.

E se tutta l'attività commerciale era polarizzata in alcuni grossi centri, il resto si svolgeva in piccoli villaggi, i "pagi".
Roma, a partire dall'epoca di Augusto, trasforma il paesaggio. Crea grandi Vie consolari: la Popillia, la Clodia, la Annia, e "fosse" che permettono l'attraversamento trasversale e un più facile raggiungimento dei porti.

La romanizzazione completa si ha con la fondazione di una colonia, un graticolato del quale ormai restano poche tracce. Molte località e paesi hanno nomi di origine romana: Codevigo, Legnaro, Rosara, Civè, Corte, Vallonga, Villa del Bosco, Polverara.

Tutto questo tessuto definito con rigida precisione, fu devastato in modo incredibile nel periodo di decadenza imperiale dal susseguirsi delle invasioni di "barbari" che depredavano ogni cosa costringendo gli abitanti a rifugiarsi terrorizzati nelle isole della laguna, ma soprattutto dai paurosi straripamenti dei fiumi che ripetutamente uscivano dal loro letto e allagavano con estrema violenza le campagne.

Nell'ottobre del 589 l'Adige straripò alla Cucca di Verona e dopo aver inondato per lunghissimo tempo il Polesine e il basso Padovano si scavò un letto diverso dal precedente. Così molti fiumi come il Brenta, che era diviso in due rami, Madoacus Maior e Minor, cambiarono il proprio corso. Scomparvero molti fiumi e corsi minori e altri apparvero in altri luoghi.

Si svilupparono estesissime valli e paludi e molte terre abbandonate dalla popolazione si coprirono di foreste. Non esisteva località attorno alla quale non crescessero spontanei vasti boschi. Questo lo si rileva sia dai documenti che li nominano cha dai toponimi rimasti o ricordati nei documenti: Concadalbero, Villa del Bosco, bosco detto Argine del Gastaldo a Civè; boschi sono ricordati a Legnaro, a S. Angelo e in altre località, spesso popolati da lupi, volpi e orsi, a guardia dei quali ci sono appositi uomini, i "saltari".

Dopo essere divenuta un'importante colonia longobarda, dipendente in modo diretto dal re e probabilmente con il proprio centro a Corte, la Saccisica, a partire dal dominio dei Carolingi entra in quella che viene definita l'epoca feudale.

In questo periodo il territorio viene frazionato, quasi polverizzato in tante proprietà e parallelamente nascono molti borghi.
Il re d'Itali Berengario nell'897 dona la vescovo di Padova Pietro la Corte di Sacco e gli imperatori successivi riconfermano tutti i privilegi sull'intera Corte al vescovo di Padova per averne in cambio fiducia e appoggio. Questo a sua volta dà in feudo a signorotti locali spesso componenti la sua corte, o dona ad ordini religiosi, varie possessioni.

La terra, nella chiusa società feudale è l'unica fonte di ricchezza e spesso pur di aumentare le proprie rendite i feudatari infieriscono sui liberi coloni ancora esistenti, minacciandoli e terrorizzandoli finchè questi cedono, in cambio di "protezione" le loro proprietà.

I signori si stabiliscono in castelli e rocche, costruiscono torri di difesa che in parte hanno lo scopo di proteggere dalle ultime scorrerie barbariche, in parte sono il segno dell'arroganza e del potere, il simbolo della forza fisica, un avvertimento non tanto ai poveri coloni quanto ai loro simili coi quali spesso trovano da ridire.

I documenti, a parte l'antica torre di Bebbe, l'unica ancora esistente, ricordano parecchi edifici di questo tipo: il Castello di Concadalbero ben munito e circondato da fosse profonde, quello di Rosara, distrutto nel 1372 dai Carraresi che ne costruirono un altro a Beverara, il Castello di Legnaro in località Boccadorsaro dei Picara, esistente nel 1234, il Castrum Brentae d'Abbà, il Castello di Brugine sul quale pare sia stata edificata Villa Roberti, il Castello di Bovolenta che diede origine poi al paese e il Castello di Piove.

I beni dei feudatari erano di due tipi. I Beni signorili erano costituiti da boschi, valli, parti, pesche. L'uso di questi beni era concesso ai vassalli in cambio di tasse. Ad esempio nel 1285 l'Abate di Santa Giustina affitta per due anni la pesca e la caccia fino alla torre di Bebbe per soli 5 e 24 pesci cavedani metà a Natale e metà a Pasqua.

Alcuni beni di questo tipo erano però indipendenti dall'autorità del Signore e venivano goduti in comune dagli abitanti di ville vicine. Infatti da un documento del 1080 sappiamo che gli abitanti di Pozzo Cavallino (s. Angelo) protestano la propria indipendenza dal vescovo per l'uso dei boschi, della caccia e della pesca; il vescovo riconosce i loro privilegi e anzi ne concede loro degli altri dalla Brenta in giù verso il mare; nel 1132 i rappresentati dei Saccensi si fanno ricevere dal vescovo di Padova, Bellino, e ottengono di poter pascolare e far legna liberamente a Tumbiole.

Gli altri beni detti allodiali erano dati o a "colonia parziaria", contratto attraverso il quale i coloni dividevano coi padroni i frutti della terra, o a "locazione", contratto per il quale i fittavoli portavano una quantità fissa di prodotti.

Oltre a ciò i coloni dovevano al clero le decime e i quartesi sui prodotti e ai Signori tutta una serie di gravezze straordinarie. Poi in periodi stabiliti portavano ai padroni doni o prodotti di animali detti calendatici, strenne o onoranze, quali uova, galline, focacce, capretti e oche.

Accanto alle strutture laiche si andavano estendendo e consolidando quelle ecclesiastiche.

Nei luoghi più antichi o di maggior importanza sorsero chiese dette pievi, matrici o arcipretali nelle quali esisteva il fonte battesimale e dove venivano i parroci delle chiesette vicine, dette cappelle, a prendere i sacri oli per i sacramenti.

Nel territorio di Sacco attorno al Mille vi erano le pievi di S. Martino a Piove, S. Tommaso a Corte, S. Agostino a Bovolenta, S. Michele Arcangelo, S. Biagio e Legnaro, S. Maria a Concadalbero.

Le chiese vivevano con decime e quartesi e spesso erano dotate di rendite, lasciti e donazioni di ricche famiglie.
Accanto alle pievi e cappelle che gradualmente sorgono in tutti i villaggi, alle torri di difesa e ai castelli di signori e feudatari tra l'XI e il XII secolo si diffondono in città e nel contado padovano gli ordini monastici. Non c'è monastero padovano che non sia voluto direttamente dal vescovo o non sia sostenuto da qualche potente famiglia.

 

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Non esiste paese nel quale ordini monastici padovani o veneziani non abbiano delle proprietà.

Il solo monastero di S. Giustina ha beni a Legnaro, a Isola dell'Abbà, a Roncajette oltre a possedere la Curtis et Curia di Concadalbero acquistata nel 1129 con beni a Bovolenta, Brenta dell'Abbà, Concadalbero, Correzzola, Desman.

Agli inizi del 1200 l'ondata di rinnovamento spirituale che si diffondeva ovunque trovò nel padovano i propri rappresentanti nel benedettini "albi" (dalla veste bianca), bel beato Forzatè. Nel territorio di Piove numerose sono le presenza degli albi: a Polverara sono benedettini albi i monasteri di S. Maria della Riviera, di S. Margherita, di S. Agnese, a Brusadure il monastero di S. Maria dei Tresori, a Pontelongo il monastero di S. Giovanni, a Piove di Sacco il monastero dei Santi Vito e Modesto. Si diffondono anche i conventi francescani: a Bovolenta nel 1264 esiste il convento di S. Francesco che dipende da quello di S. Antonio da Padova; a Piove già nel 1225 è ricordato il convento di S. Francesco che nel 1281 riceve in dono terreni ad Arzerello.

Oltre a questa presenza monastica diretta nel territorio molte terre e beni erano di proprietà di monasteri vicini, così il potente monastero di Candiana estendeva i suoi possedimenti fino a Pontelongo e alla sua parrocchiale di S. Andrea, terreni di Bovolenta erano stati donati al monastero di S. Stefano da Carrara, i monaci di S. Ilario, di Fusina, avevano possedimenti nel Piovano per i quali si scontrarono con il vescovo; il monastero di S. Giorgio e la Confraternita dei Battuti di Venezia tenevano terreni a Codevigo; S. Andrea del Lido e i Certosini di Venezia ebbero possedimenti a Vallonga.

Accanto al potere ecclesiastico che si manifesta da una parte attraverso l'autorità politica del vescovo in grado di concedere ampi privilegi feudali e dall'altra attraverso le strutture religiose, pievi, cappelli, monasteri, e accanto alle signorie laiche, esistono sia in Padova come nella Saccisica libere associazioni di cittadini che daranno vita alle organizzazioni comunali. Le pievi, i borghi, i castelli, i monasteri, i liberi comuni sono perciò altrettanti aspetti di un'unica realtà.

Padova e Vicenza già agli inizi del secolo XII si governavano liberamente, ma esempi di associazioni comuni sono numerosi anche nel contado: Rosara e la vicina Merlara si costituiscono in comune nel 1118, Bovolenta e i paesi vicini si danno questo tipo di organizzazione nel 1141, anche Piove di Sacco diventa comune benché rimanga giuridicamente sotto il dominio del vescovo, così quando vengono eletti i rappresentanti della comunità detti Ma righi, Decani e Gastaldi (simili al sindaco, al Segretario e alla Giunta attuali) essi devono avere la sua approvazione.

La politica di Padova non è dissimile dalle altre città comunali, essa è cosciente di avere il proprio supporto nella campagna, così, pur mantenendo una netta prevalenza militare rispetto ai comuni minori crea una serie di punti strategici nel contado. Impone i propri rappresentanti detti Podestà. Nel 1276 nella Saccisica sono governate dal Podestà: Piove, che ha due podestà, ognuno con lo stipendio per semestre di lire venete 75; Corte, un podestà con lire 30; Polverara grande, un podestà con lire 25 e Legnaro un podestà con lire 30. Padova estende a tutto il suo territorio le proprie leggi dette "statuti", ma tollera che alcune ville come Piove ne abbiano di propri.

La politica territoriale del Comune di Padova è molto forte. Il rapporto tra la città e il territorio è continuamente presente negli statuti. In particolare gli statuti sulle strade evidenziano lo sforzo di Padova di collegare a sé i nodi più importanti del contado.
Tutte le vie pubbliche per le quali si va da una villa all'altra devono essere sistemate, allargate, riordinate.

Nel Piovato le vie che vengono riaperte sono la Padova-Piove e la Padova-Bovolenta detta anche Via nuova. Si dettano norme precise per la manutenzione o la costruzione di ponti, argini, canali. Da Padova, verso Brontolo devono essere edificati o restaurati il ponte di Roncajette, i due ponti di Bovolenta, il ponte di Pontelongo, il ponte di S. Margherita.

Piove di Sacco e Corte devono fare e mantenere i loro ponti alti e ampi in modo che le acque possano defluire liberamente. Padova in accordo coi comuni del territorio sviluppa anche un sistema difensivo coordinato che sarà poi ripreso dalla Signoria Carrarese e che si realizzerà nel rinforzo e nella nuovo fondazione di torri e castelli. Castelli di valle e pianura posti in zone obbligate di passaggio, per lo più castelli fluviali punti di riferimento precisi in un territorio che andava anche se faticosamente riprendendo una propria fisionomia agraria.

Quasi sicuramente Piove e Bovolenta nel periodo comunale sono i centri attorno ai quali gravita la vita del territorio. Bovolenta per il suo castello sul fiume e quindi per il ruolo strategico militare ed economico che ne deriva; Piove, più che per le sue fortificazioni, per il suo borgo, che si sviluppa simile a città. Infatti l'organizzazione spaziale di Piove nell'insieme delle sue linee e nella sua divisione nei quartieri di S. Martino, S. Nicolò, S. Giustina e Puthei Boni che, uscendo dal perimetro dell'abitato, definiscono settori che si connettono alla campagna circostanti; nel suo crescere attorno agli edifici pubblici rappresentativi della comunità: la torre, la piazza, la pieve, la sede comunale, corrisponde anche se in scala minore alla situazione che si andava configurando nella vicina Padova.

Sotto la repubblica i contadini potevano fare reclami ed erano tutelati, scomparvero i servi della gleba, gli schiavi rimasti per lo più scarsissimi, erano addetti ai lavoro domestici. Si emanarono molte norme a favore dell'agricoltura: si comandò di piantare un campo a vite per ogni venti, si vietò di racimolare nei vigneti altrui a tre giorni dalla vendemmia, di transitare per le vie con cavallo senza morso, si ordinò che ogni villa tenesse un porcaio, che chi volesse recintare il proprio orto costringesse il vicino a partecipare con metà della spesa. Si esonerarono per cinque anni dalle tasse i forestieri che volessero praticare la coltivazione dei campi. Si fissarono gli obblighi dei padroni e degli agricoltori.

Furono emesse norme contro i danni alle terre e ne vennero precisare le modalità di vendita. Contro i danni e i ladrocini della campagne si intensificarono le nomine dei saltari. Ogni villa annualmente doveva eleggerne di propri. Dovevano scoprire chi danneggiava i campi, avevano diritto a un pegno dal bovaro delle bestie trovate a danneggiare, non potevano essere schiavi o mariti di schive. Non potevano avere per stipendio uva o mosto. La sentenza per i danni alle campagne spettava al giudice criminale che doveva prestare fede al giuramento del saltaro; al Podestà poi e ai suoi giudici spettava far eseguire la sentenza entro quindici giorni.

La Repubblica impedì il libero mercato e vietò che molti prodotti fossero esportati dal padovano.
La prosperità crescente che si era realizzata grazie alla continua attenzione di Padova verso il territorio migliorato nelle strutture e nell'economia da provvide leggi, subì una lunga pausa con la dominazione Carrarese (1318-1405).

Il 300 fu un secolo di guerre e devastazioni. Prima la lotta tra Padova e Cane della Scala, Signore di Verona, periodo in cui Jacopo da Carrara, incapace di sconfiggere lo Scaligero, diede la Signoria a Federico d'Austria che l'affidò a Ulrico de Valse, suo ambasciatore.

Padova per otto anni fu in mano agli austriaci che benché fossero alleati compivano scorribande e razzie per le campagne. In questo periodo ad esempio poiché a Corte alcuni contadini sdegnati per i danni recati dai soldati ne uccisero due, il paese fu, per ordine degli austriaci bruciato e tutti i suoi abitanti vennero uccisi.

Poi la città passò per quasi nove anni sotto il dominio di Cane e dei suoi nipoti. Successivamente tornò nelle mani dei Carraresi che la tennero fino al 1405, tranne per i 19 mesi in cui la occupò Gian Galeazzo Visconti.

Il Piovese fu continuamente devastato. Cangrande, penetrato nel territorio, si scontrò con l'armata padovana presso Piove che poi saccheggiò crudelmente, rovinò il Castello di Legnaro, razziò tutte le ville fino a Padova e poi le fece incendiare.

Dopo le guerre contro Verone si ebbero lunghi anni di lotte coi veneziani che si conclusero con la presa di Venezia di Castelcarro, luogo di estrema importanza perché dava via libera alla navigazione sul Bacchiglione; con la presa del castello di Bovolenta, sulla stessa via fluviale; con la capitolazione del Castello di Piove, unico che si arrese a Venezia dopo la caduta di Padova.

I principi Carraresi adottarono, con leggere modifiche, le leggi precedenti che ancor oggi si conservano negli archivi col nome di "Statuti Carraresi".

Questi, occupati a consolidare il proprio dominio con guerre continue dedicarono raramente la loro attenzione al territorio se non per dotarlo di costosissime fortificazioni per la cui costruzione i sudditi furono vessati da pesanti tasse.

Le masse campagne padovane soggiacquero a frequenti inondazioni. Come se ciò non bastasse alle guerre si aggiunsero numerose pestilenze che si abbatterono sulle popolazioni decimandole.

La triste situazione generale è evidente, ad esempio dallo stato in cui venne a trovarsi il monastero benedettino di S. Maria della Riviera a Polverara grande. Già nel 1348, a causa degli eserciti che qui si erano accampati abbandonandosi a devastazioni e a spoliazioni, il monastero era semidistrutto e abbandonato.

Dieci anni dopo la guerra veneto-scaligera le abitazioni dei monaci erano state abbattute, la chiesa era in parte scoperchiata e spogliata dei perimetri e degli arredi sacri, e di tutta la comunità era rimasto solo il priore, frate Agostino.

Dopo il 1405 con l'avvento della Repubblica di Venezia si hanno gradualmente profonde trasformazioni territoriali. Per tutto il 400 si attua, da parte dei signori veneziani una lenta penetrazione in terraferma. La campagna, per lo più ignorata precedentemente dalla classe mercantile proiettata verso i commerci da una parte con l'oriente, dall'altra con gli stati europei, con il lento tramontare dei traffici viene vista con occhio nuovo, come fonte di investimento. I nobili veneziani acquistano beni in terraferma e si sostituiscono rapidamente, nella proprietà terriera, alle classi feudali delle epoche precedenti.

Ma i veneziani durante il primo secolo del loro dominio non fanno molto a vantaggio dell'agricoltura, anzi mantengono tutto ciò che l'aveva avversata nei secoli precedenti. Il doge Vendramin scriveva nel 1477 che gran parte dei contadini, spogli di ogni bene, dormiva sulla nuda paglia, si nutriva di soli erbaggi e i meno disagiati mangiavano pane di sorgo e crusca.

La situazione migliora sensibilmente nel 500, secolo nel quale si attuano vaste opere di bonifica che trovano impegnati, accanto alla Repubblica di Venezia, anche grandi ordini religiosi. Così l'intervento benedettino realizzerà nella Corte di Correzzola una serie di lavori di imponenti dimensioni volti a ridurre fertili estesissime valli e a organizzare razionalmente il territorio mediante la creazione di strade principali e secondarie, di canali, fossi e scoli scavati per il libero defluire delle acque e controllati da numerose Porte e Chiaviche, l'edificazione di case rurali e bracciantili, di corti centrali e periferiche.

Altra grande opera di bonifica e quella realizzata da Alvise Cornaro per i suoi beni siti a Codevigo dove terreni invasi dagli acquitrini e dalla malaria "terre da megli et sorgo et anche qualche anno formenti, zoè quando va gli ani suti" sono trasformate in fertili e sane campagne.

Nel basso padovano vengono bonificati migliaia di campi. Nella seconda metà del 500 la grandiosa opera di bonifica ha raggiunto la sua massima estensione accrescendo vistosamente il patrimonio economico della Repubblica.

Tale opera nel secondo decennio del 600, secolo di crisi economica per la Repubblica veneta, e riprenderà solo nel tardo 700 con opere di scarso valore.

Ciò nonostante per tutto il 600 continua da parte dei nobili veneziani la corsa alla campagne della terraferma anche acquistando i beni comunali, adibiti soprattutto a pascolo o alla raccolta di legna, che esistevano fin dagli inizi del medioevo presso ogni comunità rurale.

Chi compra deve realizzare immediatamente un utile, così prati e valli vengono cintati con filari di alberi e scompaiono gli ultimi boschi comuni.

Alla trasformazione del territorio si accompagna un latro fenomeno che caratterizza il paesaggio a partire da questa epoca: la costruzione delle ville. Tutta la Saccisica è ricchissima di ville concentrate nei centri principali come Piove o Bovolenta, o nei centri minori, allineate lungo i corsi d''acqua navigabili, sparse nella campagna.

Molte di esse, confrontate con gli esempi più illustri della Riviera del Brenta, si presentano come costruzioni di tono minore e forse per questo non sono ancora state oggetto di attenti studi o, quel che è peggio, sono abbandonate e ridotte in un pessimo stato dio conservazione.

In realtà il loro recupero, indipendentemente dal fatto che l'architetto che le ha costruite sia celebre o no è fondamentale, perché attraverso queste costruzioni si possono leggere le trasformazioni agrarie succedutesi nel territorio.

Infatti le sobrie e semplici ville del 500 indicano che la mentalità dei nobili patrizi che vi abitavano era quella produttiva.
Sono ville costruite per essere il centro di una ben organizzata azienda agraria.

Nel 600 periodo di scarsi interventi volti a migliorare la campagna, la villa è solo un luogo di villeggiatura, palazzo per feste e vacanze.

Nel 700 il nuovo impulso che viene dato all'agricoltura fa della villa il punto dal quale si parte per la riorganizzazione del paesaggio.

Attorno alle ville sono presenti altre architetture, case rurali, rustici, barchesse, casoni, che assieme ai canali, agli argini, alle strade, ai campi chiude da filari alberati rappresentano la definizione del territorio e del paesaggio configuratosi in epoca veneziana e in gran parte mantenuto inalterato fino a noi.

Attraversando la Saccisica spesso ci si imbatte in edifici rurali che meravigliano per la proporzione di volumi e forme e la squisita ricercatezza di elementi decorativi classici utilizzati soprattutto per sottolineare gli eleganti archi a tutto sesto delle barchesse. Ciò si spiega perché a questi edifici, specialmente a quelli appartenuti un tempo a ricche famiglie o a importanti ordini religiosi vennero estesi i canoni dell'architettura "colta" urbana che passò dalle città alle valli di campagna e alle architetture rurali da esse dipendenti.

Piove di Sacco, retta nell'epoca veneziana da un podestà rappresentante della Serenissima, prese più di ogni altro paese vicino la fisionomia di una città ricca di attività commerciali, palazzi e ville signorili.

I traffici si svolgevano ancora per via fluviale,. Piove era collegata quotidianamente a Venezia mediante un servizio di burchi istituito nel 400 e riorganizzato nel 1483 sotto la protezione di S. Baseggio e chiamato "Traghetto o Fraglia dei Barcaroli di Piove di Sacco".

Da Corte fino a Venezia nei confini di competenza dei Barcaroli di Piove non potevano esercitare il traghetto peote, gondole o altre barche veneziane sotto pena di una multa di 25 ducati e del pignoramento della barca.

Dal 1797 al 1866 il Veneto, escluse le brevi parentesi in cui fu sotto il dominio francese, fu retto dal governo austriaco che dedicò particolari attenzioni alla riorganizzazione della viabilità. I veneziani avevano lasciato le strade in uno stato pietoso, esse erano per lo più impraticabili, le ruote dei carri si impantanavano pesantemente trasformandole in solchi fangosi, spesso erano allagate.

Una nota dell'Archivio parrocchiale di Arzerello dice che nel 1751 un parrocchiano andando ad Arzegrande "per la strada", in battello, cadde in acqua e annegò.

In seguito al decreto imperiale del 19 agosto 1819 si iniziarono estesi lavori che presto trasformarono la rete stradale. La strada che da Padova va a Piove fu sistemata nel 1827, e pure nel 1827 fu alzata e raddrizzata la strada cha va da Piove a Pontelongo. Tra il 1820 e il 1833 Piove di Sacco venne lastricata e le vie secondarie giacenti in pessimo stato furono coperte di ghiaia.

Le linee ferroviarie vennero invece realizzate durante il Regno d'Italia: la linea Padova-Piove nel 1890; la Piove-Adria nel 1915 e la Piove-Mestre nel 1926. Esse portarono una ventata nuova in paesi prima isolati e contribuirono allo scambio di merci e di idee. Tra le seconda metà nel 800 e i primi del 900 si assiste anche a una ripresa delle opere di bonifica condotte con l'ausilio prima della macchina a vapore e più tardi con l'utilizzazione di motori elettrici accoppiati alle pompe idrovore.

Grandi estensioni vallive giacenti da secoli sotto il livello del mare con l'uso della forza motrice vengono prosciugate e prontamente rese coltivabili.

Un esempio di queste moderne opere di bonifica è quello attuato nel territorio di Correzzola dal duca Ludovico Melzi che installando a Civè verso il 1850 una macchina idrovora a vapore a due ruote in breve tempo bonificò centinaia di campi.

Le bonifiche apportarono notevoli trasformazioni nel paesaggio agrario, modificato ulteriormente tra il I e il II dopoguerra, quando molti latifondi, che dalle mani dei nobili erano passati in quelle di ricchi borghesi, vennero divisi. Si attuò finalmente la conduzione diretta di numerosi fondi e si ridusse fortemente il bracciantato.

Con lo sviluppo industriale verificatosi a partire dagli anni '50 il Piovese ha di nuovo subito delle trasformazioni.

Molti abitanti hanno abbandonato l'agricoltura e sono emigrati nelle grosse città industriali, altri, pur continuando a risiedere nel territorio, hanno trovato un impiego nelle industrie sorte numerose nella zona, cosicché, anche se l'aspetto della Saccisica è ancora prevalentemente agrario, gli addetti all'agricoltura sono oggi minori di quelli impiegati nell'industria e nei servizi.

A queste rapide trasformazioni economiche si sono accompagnate nuove forme culturali che si sono sostituite rapidamente a una storia e a una cultura secolare.

Il patrimonio locale, sia esso storico-economico, paesaggistico e architettonico, deve essere invece conosciuto e salvaguardato.
Questo studio si pone come atto di omaggio verso le generazioni precedenti che hanno fatto la storia della Saccisica e verso quelle attuali che con il loro lavoro e il loro impegno continuano quella storia.

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